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Intercalari
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Gli mwawintercalari sono sequenze di suoni (parole, intere espressioni, interiezioni, esclamazioni) che vengono inserite nella frase e nel flusso comunicativo (soprattutto parlato, ma, in misura minore, anche scritto) spesso in maniera automatica e irriflessa. Tali elementi, in genere, non veicolano un particolare contenuto, da un punto di vista semantico (pur possedendone spesso uno specifico significato), né assolvono qualche specifica funzione nel determinare la strutturazione del testo. Essi, tuttavia, possono assolvere funzioni espressive, punteggiando il procedere dell'eloquio o del discorso. La loro natura grammaticale può essere la più varia: si può trattare di nomi, di avverbi, aggettivi, interi enunciati o espressioni, sempre, però, svuotati dal loro significato originario e piegati a un diverso utilizzo. Per questo, da un punto di vista linguistico, non sembrano classificabili in una categoria propria. mwbaRaffaele Simone, ad esempio, ha proposto di classificarli sotto la dicitura di "frammenti di enunciato"cite-ref-1[1].

Per la loro marcata caratteristica di emissione, quasi sempre irriflessa, gli intercalari sono spesso classificabili sotto la specie mwcgsociolinguistica del cosiddetto tic linguistico. Tuttavia, vi sono tic linguistici che non sono da considerare intercalari, dal momento che, pur essendo forme insistite e quasi irriflesse di alcuni parlanti, non sono svuotate di un significato ma, anzi, assumono una precisa e consapevole funzione semantica, anche se questa può apparire mwdapleonastica, o, peggio, "deviata" o mwdqambigua, come è il caso di alcune espressioni affermatesi nella lingua italiana di fine Novecento, come mwdgassolutamente sì/no, mwdwpiuttosto che, ecc.

Sono forme tipiche del linguaggio parlato e, per questo, dell'eloquio orale riflettono la natura più spontanea e meno organizzata rispetto alle forme in genere più sorvegliate della produzione scritta. Tuttavia, gli intercalari compaiono spesso, in forma scritta, nella proposizione di forme dialogiche orali (ad esempio, nei romanzi). Anzi, questa forma viene spesso usata per connotare e caratterizzare il personaggio o per riprodurre, sulla pagina scritta, la naturalezza del linguaggio parlato.

Contents

Esempi
Note

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Esempi

Un esempio tipico di intercalare è considerata la frase "è vero" (a volte contratta come "evero", senza mwfaraddoppiamento fonosintattico, o proposta nella forma interrogativa "è vero?"), quando ripetutamente inserita a punteggiare il discorso senza riferimento al suo senso compiuto: "La mwfqcellula è l'unità morfofunzionale cioè di forma e di funzione degli organismi viventi, ed è la più piccola struttura ad essere classificabile mwfgè vero come vivente.".

Altri esempi sono mwgaallora, mwgqappunto, mwggdiciamo, mwgwinsomma, mwhanon socite-ref-c-bazzanella-2-0[2]. Nella mwiqcultura giovanile i mutevoli fenomeni hanno dato vigore a intercalari come mwigvoglio dire, a cui sono subentrati mwiwniente, e, in seguito, mwjanon esistecite-ref-c-bazzanella-2-1[2] o mwkqtipo usato come "più o meno".

Fattori di variabilità diastratica, diatopica, diacronica e diamesica individuali

Esistono intercalari che sono tipici di alcune mwlavarietà regionali della lingua: ad esempio, il mwlqsiciliano "mwlgminchia", spesso mwlwabbreviato in "mi...". Altri esempi sono il mwmavabbuò di area linguistica meridionale, il mwmqbelin e il mwmgmia ligure, il mwmwmwnasocmèl bolognese, la mwnqpota di area bergamasca/bresciana/cremasca, il mwnwdiofà, il mwoabon e il mwoqneh piemontese (quest'ultimo usato anche in mwogLombardia), l'mwowaoh romano, il mwpaciò veneto, il mwpq livornese o pisano, ecc. Altri, invece, sono forme tipiche di varietà gergali e sono diffusi, ad esempio, nel linguaggio giovanile, o nel mwpwlinguaggio di internet (questo avviene soprattutto per la mwqaposta elettronica, mentre nella comunicazione più concisa e immediata del mwqqlinguaggio degli SMS e delle chat, gli intercalari, specie quelli non osceni, non rinunciano del tutto dall'assolvimento di mwqgfunzioni pragmatiche). "Cioè", ad esempio, ha avuto una fortissima connotazione di intercalare giovanile e fa parte di un ricco repertorio di intercalari che sono tipici del "linguaggio delle interrogazioni": mwqwvoglio dire, mwraniente, mwrqpraticamente, mwrgper così dire, mwrwtipo.

A volte, alcuni intercalari si diffondono prepotentemente al di fuori dei loro ambiti ristretti o delle loro nicchie (gergali, dialettali, o generazionali) per effetto del potere di arbitraggio sulle mwsqvariazioni della mwsglingua italiana svolto, dai mwswmass media, soprattutto dagli ultimi decenni del mwtaNovecentocite-ref-3[3], attraverso la mwuqtelevisione e il linguaggio pubblicitario e dalla loro mwuwpotente influenza sulla mwvacultura di massa. È il caso delle forme siciliane mwvqminchia o mwvgmi..., diffuse ampiamente al di fuori dell'ambito regionale originario proprio grazie influenza di modelli televisivi, delle forme mwvwromanesche mwwaammàzza o mwwqaoh, la cui influenza potrebbe derivare dalla fama di attori come mwwgAlberto Sordi, o delle forme piemontesi mwwwbon e mwxaneh, veicolate fuori dai loro ambiti regionali dalla popolarità televisiva di mwxqLuciana Littizzetto.

Variabilità individuale

In ogni caso, l'uso degli intercalari incontra fattori di notevole variabilità soggettiva e ciascun parlante può manifestare la sua predilezione per questa o quella forma. Queste scelte "personali", unite, eventualmente, all'insistenza ripetuta, fanno sì che, spesso, gli intercalari diventano particolarmente "connotanti" della persona che li utilizza: questo è particolarmente avvertibile nel caso dei personaggi che vivono su una dimensione pubblica e godono, per questo, di una notevole visibilità: ne sono esempio, in questo caso, "il mwyaveda di mwyqGianni Agnelli (1921-2003), [il mwygdài di mwywGiulio Tremonti, mwzaMinistro dell'economia e delle finanze in vari governi mwzqBerlusconi, [il] mwzgmwzwmi consenta di mwaaSilvio Berlusconi stesso". In casi come questi, l'intercalare fornisce spesso lo spunto, a mwaqcomici e mwagimitatori, per un utilizzo connotante in mwawchiave umoristica e mwbaparodistica (lo stesso fenomeno avviene, spesso, anche per personaggi non pubblici, sulla scala più piccola delle mwbqcerchie e delle mwbgreti sociali).

Linguaggio scritto e letterario

Un effetto analogo viene spesso ricercato da romanzieri e drammaturghi che possono metterli in bocca a specifici mwcqpersonaggi letterari. In questo modo, gli intercalari diventano efficaci strumenti espressivi per raggiungere determinati scopi che l'autore si prefigge. Ad esempio, ottenere una "resa" più naturale degli scambi dialogici, o per suggerire l'appartenenza (regionale, culturale, o generazionale) del parlante, oppure per caratterizzare il personaggio con effetti, di volta in volta, neutri, comici, parodistici ecc.

Variabilità diacronica

Anche gli intercalari, come molti altri fenomeni linguistici, subiscono l'effetto di mode e riflussi: ad esempio, l'espressione "per dio" è avvertita come sconveniente, in Italia, mentre in passato, fino agli inizi del Novecento, era una forma pacificamente accettata, anche nei contesti più formali e controllati del linguaggio letterariocite-ref-f-rossi-4-0[4].

Turpiloquio, tabù e blasfemia

Spesso gli intercalari appartengono al mwegturpiloquio e sono costituiti da mwewparole oscene o, comunque, da termini che sono oggetto di tabù linguistici: si tratta di parole molto spesso presenti nell'eloquio informale ma che, quando sono usate come intercalari (ma anche come mwfqinteriezioni), sono quasi del tutto svuotate dal loro significatocite-ref-f-rossi-4-1[4]cite-ref-s-canobbio-5-0[5].Un esempio molto frequente è l'uso della parola "mwhgcazzo"(o del già citato "mwhwminchia", ecc.) in frasi come "mwiaio ci sono andato e quelli mi hanno fatto prima aspettare un'ora e poi mi hanno detto di ritornare tra una settimana".

A volte, gli intercalari contengono riferimenti a elementi della dimensione sacra o mitologica: "per dio", "Dio mio", "Madonna" ("mwigChe madonna avete combinato?"), "per Giove", "per Ercole", ecc. In alcune regioni esiste l'uso di intercalare al discorso delle vere e proprie mwiwbestemmie, anche se, solitamente, svuotate del loro intento blasfemocite-ref-f-rossi-4-2[4].

Sia le parole oscene, sia i tabù verbali, sia le espressioni blasfeme, sono spesso oggetto di forme di mwkqautocensura attraverso mwkgalterazioni ed mwkweufemizzazioni: ad esempio, mwlacacchio sta per mwlqcazzo, mwlgcribbio per mwlwCristo, mwmadiamine per mwmqdiavolo, mwmgdinci o mwmwdindirindina per Dio, mwnamadosca per mwnqMadonnacite-ref-f-rossi-4-3[4].

Note

cite-note-11. mwqaRaffaele Simone, mwqqFondamenti di linguistica, Laterza, 2007 (p. 242)
cite-note-c-bazzanella-22. mwrwCarla Bazzanella, mwsaSegnali discorsivi, mwsqEnciclopedia dell'Italiano (2011)
cite-note-33. Ornella Castellani Pollidori, mwtqSull'uso di mwtgpiuttosto che con valore disgiuntivo, in «mwtwLa Crusca per voi», aprile 2002, n° 24 (p. 11)
cite-note-f-rossi-44. Fabio Rossi, mwwqParole oscene, mwwgEnciclopedia dell'Italiano (2011)
cite-note-s-canobbio-55. Sabina Canobbio, mwxgIntercalari, mwxwEnciclopedia dell'Italiano (2010)

Bibliografia

• Sabina Canobbio, mwywIntercalari, mwzaEnciclopedia dell'Italiano (2010) mwzqIstituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
• Fabio Rossi, mwzwParole oscene, mw0aEnciclopedia dell'Italiano (2011) mw0qIstituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
• mw0wCarla Bazzanella, mw1aSegnali discorsivi, mw1qEnciclopedia dell'Italiano (2011) mw1gIstituto dell'Enciclopedia italiana Treccani

Voci correlate